Pochi casi nella storia del design del Novecento mostrano con altrettanta chiarezza come un'impresa manifatturiera possa fare del progetto non una funzione di supporto alla produzione, ma un principio organizzativo dell'intera attività. Olivetti è il caso italiano per eccellenza — e, in un senso più ampio, uno dei riferimenti mondiali del cosiddetto "design integrato".
Integrato significa che il design a Ivrea non riguarda solo l'aspetto esterno delle macchine. Riguarda l'architettura degli stabilimenti, il modo in cui vengono comunicati i prodotti, il layout degli uffici e dei negozi, le pubblicazioni aziendali, il welfare per i dipendenti. È un sistema in cui ogni componente visiva e formale obbedisce a un'idea coerente di cosa debba essere un'impresa industriale moderna.
Le origini: Camillo Olivetti e la macchina da scrivere come oggetto di precisione
Camillo Olivetti fonda l'azienda a Ivrea nel 1908. La prima macchina per scrivere italiana di produzione industriale, la M1, esce nel 1911. Camillo ha studiato in California con il professore di elettrotecnica Frederick Taylor — non il teorico dell'organizzazione scientifica del lavoro, ma un caso di omonimia che vale la pena segnalare — e porta in Italia una cultura tecnica aggiornata, unita a un interesse genuino per le condizioni di lavoro in fabbrica.
Fin dai primi anni, la produzione Olivetti si distingue per la qualità meccanica. Le macchine sono precise, robuste, ben costruite. Ma il design esterno — le scocche, i colori, il rapporto tra i componenti visibili — in questa prima fase non è ancora una preoccupazione sistematica. Quello che conta è che la macchina funzioni bene e che sia percepita come uno strumento professionale affidabile.
Adriano Olivetti e la svolta culturale degli anni Trenta e Quaranta
La vera trasformazione avviene sotto la guida di Adriano Olivetti, figlio di Camillo, che assume la direzione dell'azienda nel 1938. Adriano è una figura difficile da classificare: ingegnere di formazione, ha interessi che spaziano dall'urbanistica alla letteratura, dalla politica al design. La sua visione dell'impresa non è quella del capitalista classico né del tecnocrate: è qualcosa di più vicino all'idea di una comunità produttiva con responsabilità sociali e culturali esplicite.
Sul piano del design, la svolta più visibile avviene nel 1936, quando Adriano commissiona all'architetto e designer Xanti Schawinsky — ex allievo del Bauhaus di Dessau — la campagna pubblicitaria della macchina da scrivere MP1. È il primo caso documentato in cui Olivetti si rivolge a un professionista con una formazione specificatamente modernista per lavorare sulla comunicazione del prodotto. La collaborazione con Schawinsky dura pochi anni, ma stabilisce un precedente: Olivetti cerca figure con una cultura visiva ampia, non solo illustratori tecnici.
Marcello Nizzoli e la macchina da scrivere come oggetto di design
Il contributo più duraturo alla forma dei prodotti Olivetti nel dopoguerra è quello di Marcello Nizzoli, grafico e designer che lavora con l'azienda dal 1938 e diventa il principale responsabile del design dei prodotti negli anni Quaranta e Cinquanta. Le macchine da scrivere Lexicon 80 (1948) e Lettera 22 (1950) sono probabilmente gli oggetti più noti di questa collaborazione.
La Lettera 22 in particolare — portatile, leggera, con una carcassa in alluminio sagomato — è spesso citata come uno degli oggetti più riusciti del design industriale italiano. Nel 1954 il Museum of Modern Art di New York la include nella sua collezione permanente, un riconoscimento che in quegli anni non era frequente per un prodotto commerciale. Nel 1959 riceve il Compasso d'Oro.
Quello che rende interessante l'analisi della Lettera 22 non è tanto la sua bellezza formale — che è evidente — quanto il modo in cui Nizzoli ha risolto il problema del rapporto tra la meccanica interna (complessa, con molte parti mobili) e l'involucro esterno. La scocca non nasconde la macchina: la interpreta, rendendo visibili alcune tensioni funzionali attraverso la forma esterna senza trasformarla in un esercizio di stile decorativo.
Ettore Sottsass e la macchina da scrivere Valentine
Nel 1969 esce la Valentine, progettata da Ettore Sottsass con Perry King. È una macchina da scrivere portatile in plastica rossa accesa, con un'impugnatura integrata nella custodia. La comunicazione è affidata a una campagna fotografica in cui la Valentine appare in contesti improbabili — all'aperto, su un campo di grano, su una moto — che non hanno nulla a che fare con l'ufficio tradizionale.
La Valentine è un oggetto di rottura rispetto alla tradizione Olivetti: non è grigia, non è discreta, non si presenta come uno strumento neutro. È dichiaratamente un oggetto di consumo, pensato per un pubblico giovane che vuole distinguersi. Le vendite non corrispondono alle aspettative, ma l'operazione culturale è riuscita: la Valentine entra nelle collezioni di design di tutto il mondo e viene tuttora prodotta in edizioni limitate.
Architettura, comunicazione e welfare come sistema coerente
Non si può parlare di Olivetti limitandosi ai prodotti. L'architettura degli stabilimenti di Ivrea — progettati da Luigi Figini e Gino Pollini negli anni Quaranta, ampliati e modificati da Ignazio Gardella e Eduardo Vittoria nei decenni successivi — è parte integrante dell'identità aziendale. Lo stesso vale per le librerie Olivetti aperte in varie città italiane, i cui allestimenti erano affidati a designer come Carlo Scarpa e BBPR.
Il complesso industriale di Ivrea è stato inserito nel 2018 nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO come esempio di "città industriale ideale del XX secolo". È un riconoscimento che riguarda l'insieme — non solo le fabbriche, ma le case per i lavoratori, i servizi sociali, gli spazi culturali — e che conferma come l'esperienza Olivetti non sia riducibile alla storia di un'azienda manifatturiera di successo.
La crisi degli anni Ottanta e il declino della produzione italiana
La storia di Olivetti non è una storia a lieto fine. La transizione dai prodotti meccanici e elettromeccanici all'informatica, che avrebbe dovuto essere il grande salto del decennio, si rivela invece una fonte di difficoltà crescenti. Le acquisizioni (AT&T, Docutel), i tentativi di diversificazione e la concorrenza dei produttori asiatici mettono progressivamente sotto pressione un'organizzazione che era stata costruita intorno a un modello produttivo specifico e a una cultura del progetto che mal si adattava alle logiche della componente elettronica di massa.
Il marchio Olivetti esiste ancora, gestito da un gruppo che ne utilizza il nome per prodotti di consumo standard. L'archivio storico, conservato a Ivrea, rimane una delle fonti primarie più importanti per chi studia il design industriale italiano del dopoguerra.
Per approfondire: Il Design Italiano del Novecento: dalle Scuole Progettuali alle Produzioni di Serie — Dalla Superleggera al Memphis: quarant'anni di sperimentazione formale.
Fonti principali: Renzo Zorzi (a cura di), Olivetti. Design industriale italiano (Electa, 1982); Manfredo Tafuri, History of Italian Architecture 1944–1985 (MIT Press, 1989); Museo Nazionale Officina Olivetti, Ivrea; UNESCO World Heritage — Ivrea.